Marsala parte 2

Dove eravamo rimasti? Ah sì, ai Florio, nobile famiglia di Marsala, che hanno per primi seguito l’esempio degli inglesi, Woodhouse in particolare, producendo quel vino fortificato, al quale cioè è aggiunto alcol puro, che ancora oggi conosciamo.

Florio, oggi Duca di Salaparuta spa, ha ancora la cantina attaccata al porto, per ovvie ragioni commerciali. Il marsala, può essere prodotto con cattaratto e inzolia, ma anche grillo e damaschino, tutti vitigni bianchi autoctoni. Se è vergine segue il metodo soleras alla lettera, ma il più celebre è il marsala dolce addizionato con mosto cotto e mistella (mosto d’uva tardiva e mosto concentrato), sempre invecchiato numerosi anni in botti di rovere.

Entrando da Florio la distesa di botti è infinita, il clima perfetto con suolo in tufo che regola l’umidità. Una targa ricorda che anche Garibaldi visitò lo stabilimento, dopo lo sbarco con i mille. Era uno che si godeva la vita, ovunque tu vada lui c’è stato…perfino a Mozia! Mica scemo…

Tornando a noi, facendo una visita in cantina (ore 15.30 tutti i giorni esclusa domenica, 10 euro, con degustazione finale compresa) si scopre che tutto il marsala non è uguale: si va da quello base, utilizzato per produrre dolci, anche industriali, tipo la Fiesta, a quello da degustare dolce come fine pasto, a quello secco da sorseggiare anche come aperitivo o come vino da meditazione. Durante il mio soggiorno, confesso, dopo cena, sono evaporate alcune bottiglie di Targa, riserva superiore ai 6 anni, semisecco, cioè con un residuo zuccherino tra i 40 e 100 grammi per litro.

Quest’anno è stato aperto anche il negozio interno allo stabilimento di produzione, l’enoteca Florio. Si trovano libri e confezioni davvero belle per regalare qualcosa di speciale al rientro dalle vacanze. Prezzi in linea con quel che si trova all’esterno. Naturalmente ci sono anche altre cantine che producono marsala di qualità, più piccole e sicuramente più interessanti, con prodotti meno commerciali, ma difficili da scovare, tipo Buffa. Scoperta troppo tardi per visitarla.

Al marsala si accompagnano anche le genovesi alla crema: le trovate fumanti appena tolte dal forno anche la sera ad Erice, alla pasticceria del Convento, poco defilata dalla piazza principale. Preparatevi ad una serie di bestemmie ripetute per salirci, ad Erice, specie se scegliete la vecchia strada con deliziosi tornanti, fattibili solo a patto di inserire la retro, vista la larghezza della strada. Grazie navigatore! Per di più al ritorno mi si stava incendiando il paese, come si vede dall’immagine della torre campanaria.

Sicilia, comunque, non è solo marsala, vuol dire anche vino rosso: il nero d’avola troneggia. Se vi capita di mangiare a Marsala non perdete questo posto: Il Gallo e l’innamorata. Tra gli antipasti ho mangiato dei filetti di spatola (mi pare) con una riduzione al nero d’avola meravigliosa, oltre al gattuccio alla menta, degli arancini fumè (con spada affumicato dentro) da sballo e delle seppie panate meravigliose. A modico prezzo, tra l’altro. Altro indirizzo cittadino per qualunque cosa, pizza compresa, un po’ più commerciale e chiassoso, è la Luna Rossa. Vedete in foto la pasta con le sarde e trito di mandorle.

Marsala e Trapani sono famose anche per le saline, che si possono vedere lungo la costa, ricoperte di tegole, tra un mulino e l’altro. Un paesaggio davvero affascinante, non solo al tramonto, ma anche di giorno. Le saline si trovano giusto di fronte all’isoletta di Mozia, altrimenti detta San Pantaleo. Dieci minuti di navigazione nella laguna dello Stagnone e si arriva nella patria adottiva di sir Whitaker. Anche lui arrivato in zona dall’Inghilterra per commerciare vino, si è poi dedicato all’archeologia, scoprendo molti reperti fenici sull’isola. Per gli appassionati c’è il museo, unica cosa da vedere sull’isola, insieme alle numerosissime popò di lepre (scusate la raffinatess). Insomma, andateci se proprio non potete fare a meno. Entrare nell’isola costa pure 5 euro, più mi sembra 8 euro di traghetto, che passa ogni mezz’ora.